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Il declino della fertilità maschile: dalla storia alle frontiere della ricerca attuale

Le origini del dibattito scientifico

La storia della preoccupazione scientifica sulla fertilità maschile affonda le radici nei primi anni Novanta, quando nel 1992 il medico danese Niels Skakkebæk e il suo team pubblicarono su The BMJ una meta-analisi su quasi 15.000 uomini raccogliendo dati dal 1938 al 1990. Quella ricerca — poi nota come lo “studio Carlsen” — dimostrò che in cinquant’anni la concentrazione media di spermatozoi si era dimezzata: da circa 113 milioni/mL si era scesi a 66 milioni/mL. Fu un risultato che scosse la comunità scientifica, anche se molti lo accolsero con scetticismo, imputando le differenze a variabili metodologiche, bias di selezione, e alla mancanza di standardizzazione nei protocolli di analisi seminale.

Negli anni successivi il dibattito si intensificò. Alcuni studi — soprattutto condotti negli USA (Seattle, New York) e in Finlandia — non confermarono il declino, mentre altri, condotti in Francia, Scozia e Danimarca, lo amplificarono. Uno studio francese del 1995 pubblicato sul New England Journal of Medicine analizzò 1.351 uomini fertili a Parigi nel periodo 1973-1992, trovando un calo del 2,1% annuo nella concentrazione spermatica e un peggioramento della motilità. Le discrepanze geografiche divennero esse stesse un oggetto di studio, suggerendo che fattori ambientali locali potessero svolgere un ruolo determinante.

La svolta: le meta-analisi di Levine e Swan (2017–2022)

Il punto di svolta nella letteratura scientifica arrivò nel 2017, quando un team internazionale guidato da Hagai Levine (Hebrew University, Gerusalemme) e Shanna Swan (Icahn School of Medicine at Mount Sinai, New York) pubblicò su Human Reproduction Update la meta-analisi più grande e metodologicamente rigorosa fino ad allora condotta. L’analisi includeva 185 studi su circa 43.000 uomini, coprendo il periodo 1973-2011. I risultati, pubblicati su Human Reproduction Update, erano inequivocabili:

  • La concentrazione spermatica (SC) negli uomini dei paesi occidentali (Nord America, Europa, Australia, Nuova Zelanda) era diminuita del 52,4%, con un tasso di declino di circa 1,4% per anno.
  • Il conteggio totale degli spermatozoi (TSC) era calato addirittura del 59,3%, con un tasso di 1,6% per anno.
  • Nei paesi non occidentali (Asia, Africa, America Latina), i dati erano insufficienti per trarre conclusioni solide, ma non mostravano lo stesso trend.

Nel 2022, lo stesso gruppo di ricerca pubblicò un aggiornamento ancora più esteso su Human Reproduction Update, allargando la finestra temporale al 2018 e includendo per la prima volta dati significativi da tutto il mondo. I risultati erano ancora più allarmanti:

  • Tra il 1973 e il 2018, la SC media globale era crollata del 51,6% tra gli uomini “unselected” (non pre-selezionati per fertilità).
  • Il TSC era diminuito del 62,3% nello stesso periodo.
  • Cosa ancora più preoccupante: il ritmo del declino stava accelerando. Nei dati post-2000, il tasso di calo annuo della SC era più che raddoppiato — da 1,16% a 2,64% per anno — suggerendo che il fenomeno non solo non si sta arrestando, ma si sta intensificando.
  • Per la prima volta, veniva documentato un declino significativo anche in America Latina, Asia e Africa, rendendo il fenomeno di portata mondiale.

Oltre il numero: qualità, morfologia e motilità

Una questione fondamentale che spesso sfugge al dibattito pubblico riguarda il fatto che la fertilità maschile non si misura soltanto in termini di conta spermatica. I parametri dell’OMS per la valutazione del liquido seminale  comprendono anche la motilità progressiva, la morfologia (valutata con i criteri di Kruger) e la vitalità spermatica. E su tutti questi fronti i dati mostrano tendenze negative.

Lo studio francese già citato, ma anche ricerche successive condotte in Danimarca, Scozia e Germania, hanno documentato un calo nella percentuale di spermatozoi con morfologia normale e nella motilità totale e progressiva. Uno studio su uomini fertili francesi pubblicato su Human Reproduction nel 2012 ha dimostrato che tra il 1989 e il 2005 la concentrazione media degli spermatozoi era diminuita del 32,2% e la percentuale di spermatozoi con morfologia normale era calata dell’8,1%. Crucialmente, il campione era composto da uomini che avevano già dimostrato di essere fertili, il che rende il declino ancora più significativo dal punto di vista clinico.

Ancora più rilevante per la medicina riproduttiva è il DNA fragmentation index (DFI), un parametro che misura il danno al DNA spermatico e che negli ultimi anni ha acquisito importanza crescente. Valori elevati di frammentazione del DNA spermatico sono associati a minori tassi di fertilizzazione, sviluppo embrionale compromesso, ridotte probabilità di impianto e aumento del rischio di aborto spontaneo — anche in coppie che accedono alla fecondazione in vitro. Le ricerche mostrano che fattori come varicocele, fumo, obesità, stress ossidativo e, in modo sempre più documentato, l’esposizione a contaminanti ambientali, aumentano significativamente il DFI.

Il declino del testosterone: un fenomeno parallelo e altrettanto preoccupante

La crisi della fertilità maschile non può essere letta in isolamento dal parallelo declino dei livelli di testosterone. Il Massachusetts Male Aging Study (MMAS), uno studio longitudinale di grande rilevanza, ha dimostrato che un uomo di 60 anni misurato nel 2004 aveva livelli di testosterone circa il 17% inferiori rispetto a un uomo della stessa età misurato nel 1987. Non si trattava di invecchiamento biologico individuale, ma di un cambiamento generazionale nei livelli ormonali.

Questo dato è stato confermato da studi su popolazioni nordiche e da una recente analisi su larga scala condotta in Israele, pubblicata su Reproductive Biology and Endocrinology, che ha documentato un declino statisticamente significativo dei livelli di testosterone totale praticamente in ogni fascia d’età tra il 2006 e il 2019 — indipendente dall’aumento di peso e dall’obesità. Nel 2021, uno studio americano pubblicato su European Urology Focus ha riscontrato un calo medio di testosterone del 25% in uomini tra i 15 e i 39 anni tra il 1999 e il 2016, mostrando che il problema riguarda anche i più giovani. 

Il testosterone è indispensabile non solo per la libido, ma per l’intera catena della spermatogenesi attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG). Il suo declino si ripercuote quindi direttamente sulla qualità e quantità della produzione spermatica.

Le cause: un ecosistema multifattoriale complesso

Le cause del declino della fertilità maschile sono molteplici, intrecciate e spesso sinergiche. La ricerca scientifica degli ultimi decenni ha identificato diverse categorie di fattori.

Interferenti endocrini (EDC)

Questa è probabilmente la categoria più studiata e più preoccupante. Gli interferenti endocrini sono sostanze chimiche — naturali o sintetiche — capaci di mimare, bloccare o alterare il funzionamento del sistema ormonale. Sono presenti ovunque nel nostro ambiente moderno:

  • Bisfenolo A (BPA): usato nelle plastiche, nelle lattine alimentari e nella carta termica delle ricevute. Agisce come un agonista degli estrogeni e come antagonista degli androgeni. Studi su uomini con alti livelli urinari di BPA mostrano conteggi spermatici significativamente ridotti e aumentato danno al DNA spermatico.
  • Ftalati: presenti nei prodotti per l’igiene personale, nei pavimenti in vinile, negli imballaggi alimentari. Inibiscono la sintesi del testosterone nelle cellule di Leydig; l’esposizione prenatale può compromettere permanentemente lo sviluppo testicolare. Una review del 2023 su Frontiers in Public Health ha documentato la loro capacità di ridurre motilità, capacitazione e reazione acrosomiale degli spermatozoi.
  • Pesticidi organoclorurati e organofosfati: DDT, atrazina, glifosato. Lo studio della Swan su uomini nel Missouri agricolo e in Minneapolis urbano è emblematico: gli uomini esposti a pesticidi agricoli avevano il 50% in meno di spermatozoi mobili. Un’analisi su 2.122 pazienti ha confermato che l’esposizione occupazionale ai pesticidi riduce volume seminale, motilità e vitalità.
  • PFAS (sostanze polifluoroalchiliche): i cosiddetti “forever chemicals”, usati nelle pentole antiaderenti, negli impermeabilizzanti e negli imballaggi alimentari. Una ricerca europea multicenter del 2022 ha documentato un’associazione inversa significativa tra livelli sierici di PFOA, PFOS e PFNA e motilità spermatica progressiva, indipendente da altri fattori di stile di vita. Studi più recenti (2024-2025) stanno investigando effetti su integrità della cromatina spermatica e potenziali effetti transgenerazionali attraverso alterazioni degli RNA spermatici.
  • PCB (bifenili policlorurati): sebbene vietati da decenni, persistono nell’ambiente e nella catena alimentare. Sono associati a bassi conteggi spermatici e alterata sintesi del testosterone.

La review italiana pubblicata su Journal of Assisted Reproduction and Genetics nel 2025 dalla Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione, sottolinea come tutti questi agenti ambientali possano contribuire in modo sinergico al declino riproduttivo maschile, compromettendo conta, motilità e morfologia spermatica, nonché la funzione ormonale testicolare.

Microplastiche e nanoplastiche: la frontiera emergente

Tra le scoperte più allarmanti degli ultimi anni c’è la rilevazione di microplastiche e nanoplastiche nei testicoli umani. Una ricerca del 2024 ha documentato la presenza di microplastiche nei testicoli di cani e umani. Studi su modelli animali mostrano che l’esposizione orale a nanoplastiche di polistirene riduce la fertilità maschile inducendo tossicità testicolare e spermatica, danni ai tubuli seminiferi, apoptosi delle cellule spermatogenetiche e riduzione della concentrazione e della motilità degli spermatozoi. 

Stile di vita, obesità e dieta

Parallelamente alle cause ambientali chimiche, i cambiamenti dello stile di vita occidentale contribuiscono in modo sostanziale al declino. La transizione nutrizionale — ovvero il passaggio da diete tradizionali basate su cibi integrali a diete processate ricche di zuccheri raffinati, grassi saturi e additivi — è stata stimata da una review del 2023 pubblicata su PubMedcome responsabile di fino al 30% del declino nei conteggi spermatici osservato nel XX secolo.

L’obesità merita una menzione particolare. Il tessuto adiposo è ricco di aromatasi, l’enzima che converte il testosterone in estradiolo. Gli uomini obesi tendono quindi ad avere livelli di estrogeni relativamente elevati e testosterone ridotto, con effetti negativi diretti sull’asse HPG e sulla spermatogenesi. 

La sedentarietà e il sonno insufficiente aggravano il quadro: dormire meno di cinque ore per notte può ridurre il testosterone del 10-15% in uomini giovani altrimenti sani, e lo stile di vita sempre più sedentario e desk-based è correlato a livelli ormonali più bassi rispetto alle generazioni precedenti che svolgevano lavoro manuale.

Il fumo di sigaretta rimane uno dei fattori di rischio meglio documentati: aumenta lo stress ossidativo nei testicoli, incrementa la frammentazione del DNA spermatico, e aggrava gli effetti negativi del varicocele. L’alcool ad uso cronico altera la steroidogenesi testicolare. La cannabis, il cui utilizzo è cresciuto esponenzialmente, è associata a riduzione della motilità e della morfologia spermatica.

Varicocele

Il varicocele merita una trattazione specifica in quanto rappresenta la causa anatomica correggibile più frequente di infertilità maschile. È presente nel 15% della popolazione maschile generale, ma sale al 21-41% negli uomini con infertilità primaria e addirittura al 75-81% in quelli con infertilità secondaria, come riportato in uno studio su Advances in Urology. Il varicocele causa danno testicolare progressivo attraverso meccanismi multipli — ipertermia locale, reflusso venoso di metaboliti tossici, stress ossidativo, alterazione dell’equilibrio ormonale locale — con impatto su tutti i parametri seminali, inclusa la frammentazione del DNA. È importante nella pratica clinica ricordare che il varicocele è una condizione progressiva: un uomo con un varicocele che ha già concepito spontaneamente può sviluppare infertilità secondaria nel corso degli anni.

Il quadro globale e le implicazioni demografiche

I dati sulla fertilità maschile si inseriscono in un contesto demografico più ampio di crescente preoccupazione. Attualmente, oltre 80 paesi — inclusi USA e la maggior parte dei paesi europei — hanno tassi di natalità inferiori al livello di rimpiazzo (2,1 figli per donna). Entro il 2050, il 75% delle nazioni potrebbe trovarsi in questa situazione. Come evidenziato su Undark Magazine nel dicembre 2025, il dibattito su quanto il declino della fertilità maschile contribuisca a quello demografico è aperto e controverso: la discesa dei tassi di natalità è certamente guidata principalmente da fattori socioeconomici e culturali, ma la componente biologica — declino del semen quality e del testosterone — non può essere ignorata.

La Swan ha avanzato la proiezione — discussa e controversa — che se il trend attuale continuasse invariato, il conteggio spermatico mediano raggiungerebbe lo zero intorno al 2045. Pur non rappresentando una certezza scientifica, questa estrapolazione ha il merito di sottolineare l’urgenza d’azione.

Dal punto di vista della medicina riproduttiva, una stima citata dalla Swan prevede che entro il 2050 una percentuale considerevole di coppie potrebbe necessitare di tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) per concepire. Questo ha implicazioni enormi sia per i sistemi sanitari che per il dibattito etico e regolatorio sulla PMA.

Riflessioni conclusive

Il quadro che emerge da cinquant’anni di ricerca è quello di un fenomeno reale, multidimensionale, probabilmente multifattoriale, e in accelerazione. La fertilità maschile è diminuita in modo documentabile in tutti i parametri misurabili — conta, motilità, morfologia, integrità del DNA spermatico, livelli di testosterone — in un arco temporale di pochi decenni che è biologicamente incompatibile con cambiamenti evolutivi genetici. Questo significa che le cause sono quasi certamente ambientali ed epigenetiche, e quindi in linea di principio reversibili o prevenibili.

La convergenza di interferenti endocrini ubiquitari, cambiamenti dello stile di vita, dieta industriale, inquinamento atmosferico e microplastiche disegna un ecosistema ostile alla riproduzione maschile. La risposta deve essere altrettanto multidimensionale: cambiamenti regolatori per ridurre l’esposizione agli EDC, educazione alimentare e alla salute riproduttiva, e un maggior riconoscimento del ruolo maschile nelle coppie che affrontano l’infertilità. Come clinici della medicina riproduttiva, diventa sempre più urgente incorporare nella valutazione del maschio infertile non solo l’analisi seminale standard, ma anche il DFI, i livelli ormonali completi e un’accurata anamnesi sulle esposizioni ambientali e occupazionali.

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